lunedì 4 maggio 2020

Voce al vino: parla Pratoasciutto

Sonar magazine di Antonio Medici

Qualche lustro fa l’enfasi salutista e la retorica purista diogenea, quella che porta dritti dritti al chilometro zero, non aveva ancora un peso di mercato e non era dunque maturato il dualismo tra quelli che oggi arditamente vengono definiti vini naturali e il resto dell’universo in bottiglia che oggi è malevolmente definito vino convenzionale. Una quindicina d’anni fa, a Capriglia Irpina, la Locanda Carafilia offriva saporito, accogliente e tranquillo rifugio ai viandanti in eterna ricerca di tregue da dispiaceri e avvilimenti quotidiani. Fu in quell’ambiente discretamente elegante, crudelmente sottrattoci dalla crisi economica, e non solo, di questi anni che una sera mi fu proposto di accompagnare la cena con una bottiglia di Pratoasciutto, “vino di un nostro giovane conterraneo trasferitosi in Piemonte”.
Riporto da un mio appunto dell’epoca: inconsueto e stupefacente vino rosso dai profumi intensi e profondi, come profondo del resto è il colore, muschioso, avvolgente, sconfinato. Da quella sera il Pratoasciutto è entrato nel personale empireo dei Top Wine il cui valore e pregio si è, come tipicamente avviene per il ricordo degli attimi il cui piacere si scolpisce nei nostri sensi, accresciuto nel corso di tutti gli anni in cui ne ho cullato il ricordo.
Serbato gelosamente in cantina in attesa dell’occasione giusta, presentatasi nella veste poco seducente ma molto gaia di una mail che annuncia il “visto si stampi” del promo libro dell’autore di questo articolo, a pochi minuti dallo stappo, presenta una consistenza ed una profondità di colore quasi ematica. Note ossidative evaporano in qualche minuto e lasciano il campo a sentori di prato bagnato, macerato, frutta surmatura trasudante, cuoio, cacao, tabacco umido.
Un un vino che come la terra va scavato; richiede cura, tempo, dedizione. Dopo tempo ancora resta in bocca un essenza di tostatura ed umidità.
Ci si potrebbe chiedere se sia giusto o normale che un vino debba richiedere simili impegni di conoscenza, ma è una domanda subdola e sostanzialmente inutile. Come una composizione di Ravel o un romanzo di Pessoa o una poesia di Elliot il piacere più alto, l’apprezzamento più profondo è riservato a chi si impegna per penetrare il senso di ogni parola, di ogni sfumatura.
Dopo una decantazione di sei ore il vino recupera brillantezza di colore e leggerezza di profumi, alle note animali, legnose, umide si associano ora una freschezza floreale e la delicatezza di spezie dolci, vaniglia in primis. Anche al palato si recupera una freschezza che accompagna la presa dei tannini; nel complesso il vino recupera soavità. Ciò che prima andava scavato, dissotterrato, l’ossigenazione ha portato in superficie, come se un vento avesse spazzato via la polvere e l’ossido dalla superficie di un vassoio d’argento.
Resta una persistenza non comune.
Dopo ventiquattrore l’aria e la gravità restituiscono al Paratoasciutto limpidezza di colore e di aromi. Il rubino profondo diventa vivace, l’impatto olfattivo è completamente ripulito e restituisce note di frutta sottospirito, anche l’ingresso in bocca ha uno slancio diverso, più suadente, ferma restando la complessità e le caratteristiche già riscontrate al secondo assaggio.
Guido Zampaglione da Calitri, dove la famiglia ha vigneti e produce Fiano, ha trovato in Monferrato l’habitat ideale per la sua passione: “qui si vive per il vino, da chi fa le attrezzature fino al vecchio vignaiolo con grande esperienza e che ha anche il piacere di trasmetterla e questo per me è stato importante”.
Il rapporto con una terra simile conduce all’essenza, alla verità che è solo fatta di vino e non ha bisogno di etichette e così ancora oggi Zampaglione che pure produce con soli lieviti indigeni, con lunghe macerazioni, con limitatissimo impiego di solforosa, con trattamenti delicati in vigna, non identifica i suoi vini con codificazioni mercantilistica.
Voce solo al vino, dunque.

giovedì 23 aprile 2020

Montemattina 2016 - Il Tufiello

di Andrea Scanzi 
Tre estati fa, dopo uno spettacolo teatrale a Sant’Andrea di Conza, andai a mangiare con il “mio” regista a Calitri. Alta Irpinia, lontana e affascinante, luogo (tra gli altri) di Vinicio Capossela. Ci proposero un Fiano di Avellino fatto nel paese stesso: il Don Chisciotte. Lo trovammo sublime, e so bene di averlo scoperto con molto ritardo rispetto a tanti tra voi.
L’altra sera ho aperto il Montemattina annata 2016. L’ho acquistato presso la distribuzione Glu Glu Wine. L’azienda è il Tufello, dietro la quale c’è sempre Guido Zampaglione. Il co-artefice del Don Chisciotte. Dopo la rottura (mi dicono) con il vecchio socio, ha creato l’azienda Il Tufiello con sua moglie Igiea. Ha creato un Fiano di Avellino con la stessa impostazione del Don Chisciotte, chiamandolo provocatoriamente Sancho Panza. Il Montemattina (è il nome della montagna che ospita i terreni di proprietà) non è che la riserva del Sancho Panza. Stessa uva, stessi vigneti, ma un anno in più di affinamento sulle fecce fini. Per dirla in breve, è a mio avviso uno dei bianchi più affascinanti italiani. E ha pure un prezzo “ridicolo”, in relazione alla straordinaria qualità che regala a noi fortunati bevitori.

di Andrea Scanzi

Il vino "naturale" gode di ottima salute (ma deve difendersi da se stesso)
















La prima notizia è che il vino "naturale" è vivo e gode di buona salute. La seconda è che ha paura di sé stesso. Difficile spiegare altrimenti i dubbi, le perplessità e i timori che condizionano un movimento che in pochi anni è riuscito a sconvolgere l’ordine costituito e a imporsi a livello qualitativo arrivando addirittura a modificare il gusto di parte del pubblico e le scelte delle grandi aziende. Il fatto che si tratti di un fenomeno ancora circoscritto nei numeri e nelle dimensioni rende ancora più incredibile il successo del naturale, che partito da esigenze di tipo etico (salvaguardia dell’ambiente e del territorio, rigetto della chimica, attenzione alla salute di chi beve) e culturale (aderenza territoriale, rifiuto della serialità, rilancio di zone sottovalutate, riscoperta di vitigni dimenticati) ha finito per influenzare il mainstream: oggi sono molte le aziende convenzionali che cercano in qualche modo di sintonizzarsi sull’onda, realizzando linee di produzione dedicate e avvalendosi della collaborazione di consulenti biodinamici....

Montemattina 2015, Il Tufiello – Guido Zampaglione è un eterno ragazzo ma ormai non è più una sorpresa per nessuno: un campano che dopo essersi imposto in Piemonte ha deciso di farsi profeta in patria e ci è riuscito. Ne è dimostrazione questo Fiano di montagna: verticalità, sostanza, calore, mineralità. Un gran bel giro di giostra.
di Marco Arturi



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martedì 29 ottobre 2019

 Puntarella Rossa                                          

 

 Cosa sono i vini macerati sulle bucce  

(orange wine o arancioni)


Da qualche tempo si parla sempre di più dei vini macerati. Ma cosa sono? Proviamo a fare chiarezza e a segnalarvi cinque vini macerati che vale la pena assaggiare.

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I difetti dei vini macerati?

In alcuni casi, la moda fa sì che si utilizzi la tecnica della macerazione anche per vitigni non particolarmente predisposti e per periodi troppo lunghi, che vanno a nascondere, se non cancellare, le caratteristiche aromatiche e organolettiche date dal vitigno e dal terreno.

L’esempio di Guido Zampaglione

All’obiezione “Ma non rischiano di essere tutti uguali i vini macerati”, risponde Guido Zampaglione, del Tufiello. Produttore che fa due macerati, uno il Cortese, in Piemonte. L’altro, il Sancho Panza, un Fiano, in Campania: 
“Vi sembrano uguali? 
Facendo la degustazione alla cieca, spesso si confondono vini bianchi siciliani e dell’Alto Adige. 
Perché tutto sta in come li produci.
Il Fiano è un semiaromatico, il Cortese no. 
Il Fiano ha tannino sottile, il Cortese tannino rustico. 
Con la macerazione, queste caratteristiche si esaltano. 
Sono altre le cose che omologano: la surmaturazione, il troppo legno, la tecnica del freddo”.
http://uvanatura.it/guide/tenuta-grillo-guido-e-igiea-zampaglione-vignaioli-in-monferrato-pecoranera-2004/Logo 
 24 settembre 2019  Guide:

PECORANERA 2004

Vino pazzo che suole spingere anche l’uomo molto saggio
a intonare una canzone, e a ridere di gusto,
e lo manda su a danzare,
e lascia sfuggire qualche parola che era meglio tacere.
Omero, poeta greco (IX sec. a.C., secondo Erodoto]

LASECONDADOLESCENZA

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 Gennaio 1, 2019 
Il Tufiello e Tenuta Grillo    
Cercare di sintetizzare in poche righe la storia e la filosofia di Guido Zampaglione è quanto mai azzardato, ma l’elegante pacatezza di questo vignaiolo si ritrova intatta nei suoi vini. Lunghe macerazioni e nessuna filtrazione ad accumunare la lavorazione di Cortese e Sauvignon nella tenuta monferrina e il Fiano d’Avellino in alta Irpinia. Vini dall’anima gentile, puliti e territoriali.

Tenuta Grillo Baccabianca 2010 Cortese